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CREDITI





 
NOI, DEE
di Chicca Morone


DEMETRA

anturium

Le messi gemono in silenzio
scrosciando al vento le corolle secche:
Chora è lontana sotto un cielo plumbeo
d'amore invasa senza il suo consenso,
senza coscienza del suo divenire.
"Avrai la vita oltre la vita"
le hai sussurrato mentre la rapivi
"Sarai regina d'ogni creatura
che chiede il luogo dove meditare,
asilo neutro dove ritrovare
quel centro grigio che la vita impone"

E lei, ignara del dolore altrui,
cerca lontano quell'appagamento
quel viver pregno di ogni oscurità
sotto la terra che la vita dà.
"Sono tua madre, io ti ho partorito,
tra doglie e sangue senza un sol lamento"

grido e grido nel buio del mio sonno:
nel silenzio rimbomba la mia voce,
neanche gli Dei son pronti ad ascoltare
i miei lamenti di donna violentata.
"Ritorna a casa, ascolta il mio richiamo,
lascia che asciughi ancora i tuoi capelli;
lascia che lavi le tue mani rosa;
lascia che io vegli il tuo sonno lieve".

Ma l'eco giunge senza un fil di voce:
silenzio è scarno, il mio furore cresce.
"Mai più la frutta, niente più frumento:
solo il morire, crudele e lento,
d'ogni messe sotto il cielo cupo".

La terra stride alle mie grida stanche
asciutta e secca senza linfa alcuna.
La terra piange di me madre il pianto,
fermando i fiumi ed ogni rivo è arso,
finché non sorga altra primavera
rendendo a me la vita intera.
Anche gli Dei dall'odio raggelati
tentano invano di fermare lo scempio.
"Chi mi ha violato, strappando dal mio ventre
gemma preziosa, ragione di mia vita,
vuole regina nel suo luogo infame:
possa egli restare nel silenzio fondo
entro la terra tra le ombre inquiete"

Decreto è legge nell'Olimpo sacro:
solo i Misteri dell'Eleusi infranti
rendono la Dea, di pienezza vuota,
triste all'assenso dell'iniquo patto.
Così noi ci mutiamo in madre e in figlia
senza percepire le nostre vite,
il nostro essere e l'una e l'altra insieme,
nello stesso istante prole e regina


  Demetra sono,
Chora ed anche Psiche
finché non ho raggiunto
quel mio stato
che di pura luce
è il mio Creato.






CHORA

anturium

Dal mormorio dell'onda
nacque la tua voce,
un flebile lamento
di giovane creatura
strappata dai suoi sogni,
portata negli abissi.
Un regno intero,
ecco lui pose
dinnanzi a te,
davanti alle tue mani.
Senza sapere il vero
- se schiava o se regina -
hai mosso i passi lievi
verso quel luogo che era
trono e talamo uniti.
"Vorresti tu, Proserpina
incantata, regnare
su questa landa oscura
ove chi muore nasce
in vita nuova?"
"Chora io ti ho perduta,
figlia adorata,
da me ritorna viva…"

Le voci si rincorrono,
non hanno direzione:
sono richiami brevi
di mondi paralleli.
Passato è già vissuto
all'ombra dell'infanzia:
voce di donna sola
a mietere le messi,
senza sapere a chi
lasciare i suoi rituali.
Futuro è innanzitutto
uomo virile e mesto
nel suo dover rapire
- come essere funesto -
nel gesto disperato
di un dio non sempre amato.
Così restiamo appese
nell'ombra della sera
tra il ricordare il ventre
da cui fummo tenute
e il creder fortemente
di cinger la corona
nel regno sempiterno
ove dimora
altra regina
d'Amore incoronata
che il figlio guata
e teme il ratto
per altri lidi impervi,
a lei preclusi.
Non resta che la scelta
nel chicco melograno
di viver la natura
al battito del cuore
unita nella veste
di carne e pelle
che avvolge sulla terra
e ossa e sangue.
Di madre in figlia
il nostro grido muove
se il moto delle ruota
oscuro appare:
non sono spighe
se non sai lasciare
rollare il tempo
quando il giorno muore;
diventan spine
tra le mani tese
a trattenere invano
quel che ormai
è già lontano.



  Demetra sono,
Chora ed anche Psiche
finché non ho raggiunto
quel mio stato
che di pura luce
è il mio Creato.






PSICHE

anturium

Destino ignoto al tempo ben temuto
visse la tua carne, fragile e lunare,
sulla roccia ferma, al dio sacrificata:
placar le ire dal bello suscitate
presso la dea che di bellezza impera.
Amore, tanto umano nel suo viver il dio,
nel turbine del vento t'avvolse ignara
entro la roccia oscura e un nido apparve.
E notti e giorni di passione ardente
entro la grotta buia, in reggia trasformata,
senza altro volere che amare Amore.
"Voglio mostrare l'amore a mia sorella,
voglio che sappia quanto son felice"

ma nella mente già si facea largo
un fiero intendimento molto umano.
"Sappi che luce del giorno non mi vede
e che tutto, nel batter d'ali di una farfalla,
svanisce se nel segreto mi tradisci".

Segreto era già nel ventre custodito,
ma, Psiche, ancora fanciulla eri
e l'ira degli Dei non conoscevi.
Invidia, lussuria ed ingordigia
in un sol fraterno abbraccio
ti spinsero alla sfida del Destino
a cui anche gli Dei sono sottoposti.
Al lume di candela
illuminasti il volto,
ma non bastò uno sguardo
ché d'amor Amore tu bruciasti…
"Siamo perduti, dolce amore mio!
Mia madre ora può cinger la corona
ed io scompaio agli occhi tuoi
per vivere l'esilio dei miei sogni.
Ahimè ho sognato d'essere sogno,
ma questo segno di carne tormentato
non mi dà pace e resto intriso
di tanto umano volere oltre il volere".
"Rendimi Amore, rendi il mio compagno:
assai ho peccato, ma non ero io
che l'oltre dell'oltre voleva possedere…"

per valli impervie e mari interi
piangesti, donna gravida e perduta,
suscitando ogni pena e ogni cordoglio
dall'Olimpo agli Inferi lontani.
Dal crespo dell'onda venusiana
sorse la dea senza motto proferire:
quattro le prove a cui non sopperire,
ben tre le volte in cui vittoria è certa.
Lucea brillando lo scrigno maledetto!
Pozione magica di bellezza dono
parea la dea l'unica padrona:
ma tu l'amore d'Amore vivevi,
non solo nel ventre tuo sognavi.
Sorrise la dea dai mille volti:
sul capo chino il palmo tese
e al perdono, con gioia,
lieta si arrese.
Siete volati in cielo tra le stelle
e nell'abbraccio voi celebrate
la donna amata che del figlio scioglie
quel nodo sacro che la madre tiene:
filo d'argento che memoria serba
di vita in vita nel ricordare
l'origine divina dell'amore.




  Demetra sono,
Chora ed anche Psiche
finché non ho raggiunto
quel mio stato
che di pura luce
è il mio Creato.






Mauritius, 21/22 febbraio 2011
 










 

Poesia di Chicca Morone - www.chiccamorone.it
Noi, Dee - Edizioni Antoni Attini
Acquerelli (particolari) di Gianna Tuninetti
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